Cacca: come deve essere e perché puzza

Vi siete mai chiesti perché la cacca puzza? Scopriamo insieme come devono essere le feci e come possiamo ridurre i cattivi odori in bagno!

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Ebbene sì, oggi si parla di feci, cacca, pupù. Un argomento tabù di cui tuttavia si dovrebbe parlare più spesso, considerando che moltissime persone soffrono di stitichezza e sindrome del colon irritabile. In tanti sono convinti di fare una cacca “normale”, senza infamia né lode, eppure alcuni studi hanno evidenziato l’esatto contrario: la maggior parte delle persone produce feci che non rientrano affatto negli standard di normalità stilati dagli esperti. Le donne, ad esempio, tendono a soffrire di stitichezza e a produrre feci troppo compatte; gli uomini, invece, non assumono abbastanza fibre e producono escrementi semi-liquidi. Certo, non si tratta di un argomento molto carino da trattare a tavola, ma anche i discorsi più turpi vanno affrontati per conoscere al meglio la vita, non trovate?

Perché la cacca puzza?

Che le feci abbiano un odore non proprio piacevole è noto fin dall’alba dei tempi. Del resto, si tratta di fibre, batteri e sottoprodotti digestivi che stanno iniziando a decomporsi! Nonostante ciò, l’odore – per quanto sgradevole – non dovrebbe trasformare la toilette in una camera a gas. Alcune persone producono delle feci dall’odore molto forte, e ciò potrebbe essere non soltanto fonte di imbarazzo, ma anche segno di un malfunzionamento dell’intestino.

Una delle cause più comuni delle feci maleodoranti è l’intolleranza al lattosio, problema che sta diventando sempre più frequente nei paesi occidentali. Il corpo, non essendo in grado di assimilare questa molecola, la espelle dando origine a feci dall’odore acre. Stessa cosa si applica ad altre intolleranze, specie alla celiachia. In generale, quando l’intestino non è in grado di assimilare correttamente i nutrienti, le feci risultanti non hanno un buon odore.

Altri fattori che causano la “cacca puzzolente” sono le diete con alti livelli di zuccheri e gli alimenti contenenti solfuro. Gli zuccheri, pur essendo un carburante dell’organismo, vanno ad alimentare i batteri nocivi dell’intestino, i quali poi producono e liberano gas maleodoranti. Il solfuro è contenuto in cibi come la carne, i broccoli e l’aglio, e causa un odore molto simile a quello delle uova marce.

Come dovrebbe essere la cacca?

Normalmente, una persona in salute dovrebbe evacuare almeno una volta al giorno. Siamo stati abituati a pensare che non andare in bagno tutti i giorni sia “normale”, ma in realtà ciò è sinonimo di cattiva digestione. Nel mondo occidentale, infatti, è piuttosto comune non assumere abbastanza fibre nella propria dieta, con tutte le conseguenze e i rischi che questo comporta. Noi siamo quello che mangiamo, perciò anche la nostra cacca è riflesso di come ci nutriamo! Diamo un’occhiata alla Bristol Stool Chart, elaborata dalla fantastica Bristol University (di cui sono stata anche alunna per un semestre #proud), per capire come dovrebbero essere le nostre feci:

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Wikipedia.org

Dalle immagini sulla sinistra, deduciamo che una corretta evacuazione dovrebbe essere simile al tipo 3 e al tipo 4. Tuttavia, la maggior parte della popolazione presa in esame durante la ricerca presentava feci di tipo 1 e 2 nel sesso femminile e 5 e 6 in quello maschile.

Com’è la cacca dei vegani?

Uno dei primi benefici che si notano quando si passa da un’alimentazione onnivora a un’alimentazione 100% vegetale è l’aumento della frequenza di soste alla toilette. Ebbene sì, il veganismo è una vera e propria panacea per tutti coloro che soffrono di stitichezza. Ma attenzione: è importante consumare il giusto tipo di fibre e la giusta quantità, per evitare di dare origine all’effetto “tappo” (chiedo venia, ma non trovo altro modo per descriverlo). Un consiglio per tutti gli aspiranti vegani là fuori è cercare di rendere la “transizione” il più soft possibile, incorporando gradualmente sempre più pasti vegetali nell’alimentazione onnivora e una sempre maggiore quantità di fibre. Dopo anni e anni di carne, latticini, alimenti processati e una scarsa quantità di vegetali, l’intestino ha infatti bisogno di tempo per assestarsi sulla nuova dieta. Io, purtroppo, ho scelto di transire da un giorno all’altro e ho pagato le conseguenze di ciò tra gonfiore, costipazione e gas. Potete trovare altri consigli per transire senza sforzi nel mio articolo su come diventare vegani. In media, comunque, le feci dei vegani e dei vegetariani tendono a somigliare a quelle di tipo 3 e 4.

Inoltre, l’esclusione di prodotti animali dalla dieta riduce drasticamente l’apporto di grassi nell’organismo, i quali sono i maggiori responsabili dell’odore terribile emanato dalle feci. Per dirla in parole povere (e vegane), mangiare corpi in decomposizione causa la formazione di cattivi odori. Molti studi sull’anatomia umana hanno evidenziato come il nostro intestino sia molto più simile a quello di un animale erbivoro, come la mucca, rispetto a quello di un animale carnivoro. I felini, ad esempio, possiedono un intestino breve che permette loro di assimilare rapidamente la carne che ingeriscono. Al contrario, noi umani abbiamo un tratto intestinale che ci impedisce di assorbire rapidamente i prodotti animali e che causa il ristagno delle feci e la formazione di odori nauseabondi. Vegetariani e vegani hanno un movimento intestinale più regolare grazie alle fibre e un apporto di grassi inferiore, di conseguenza la loro cacca ha un odore più “leggero” rispetto a quella di chi adotta un’alimentazione onnivora.

Come si può ridurre la puzza?

Ora che sappiamo come dovrebbero essere le nostre visite alla toilette, non ci resta che concludere il tutto con i consigli per far puzzare meno le feci.

Anzitutto, è necessario mangiare più fibre solubili. Le fibre solubili, in combinazione con l’acqua, rendono il transito del cibo più veloce e riducono i tempi di fermentazione batterica. Bere molto è quindi un secondo must per ottenere la cacca perfetta. Eventualmente, assumere dei probiotici (i.e. fermenti lattici) per ripopolare la flora batterica di batteri “buoni” può essere un’ottima soluzione. In ultimo, specialmente se si soffre di stitichezza, una buona abitudine è fare esercizio fisico regolare, in particolare nella zona dei muscoli addominali. L’ultima opzione è quella che mi piace di meno, quindi personalmente continuerò a mangiare vegano per evitare di andare in palestra.

 

Cambiamento climatico: qual è l’impatto dei prodotti animali sull’ambiente?

Secondo uno studio, i prodotti animali sono responsabili di oltre l’80% delle emissioni di gas serra legate all’alimentazione umana.

Ormai il cambiamento climatico è noto a (quasi) tutti e i suoi effetti potenzialmente devastanti sono di fronte ai nostri occhi ogni giorno. Estati torride e secche, con la presenza però di piogge torrenziali, alluvioni e temporali violenti; mezze stagioni pressoché inesistenti; inverni miti, ma anche tremendamente rigidi con nevicate straordinarie e gelate improvvise; tempeste e cicloni sempre più frequenti. Il pianeta sembra volersi ribellare, manifestando un clima instabile e imprevedibile che danneggia le attività umane e la natura stessa.

Le emissioni di gas serra nell’atmosfera sono ritenute le principali responsabili del surriscaldamento globale. E’ indubitabile lo zampino delle sostanze inquinanti prodotte dai mezzi di trasporto e dall’industria, tuttavia molti sembrano non voler riconoscere l’enorme impatto prodotto da un’industria in particolare: quella agroalimentare.

Cambiamento climatico e dieta

Una ricerca condotta dalla University of Michigan e dalla Tulane University ha analizzato l’impatto sull’ambiente di oltre 300 alimenti e della dieta di 16000 americani. Per la prima volta, anziché basarsi sulla dieta “tipo” della popolazione, lo studio si è focalizzato su un campione effettivo di persone e sulla loro alimentazione giornaliera, includendo ogni stile di vita.

Stando ai risultati ottenuti, solo il 20% degli americani onnivori – quindi che includono nella propria dieta anche i prodotti di derivazione animale – è responsabile del 46% delle emissioni inquinanti legate all’alimentazione durante una giornata media. Gli alimenti di derivazione animale – ovvero carne, pesce, latticini e uova – sono emersi come imputabili dell’83,5% delle emissioni.

L’impatto delle diete vegetali

Naturalmente, anche le diete vegane hanno un impatto sull’ambiente. Tuttavia, lo studio ha evidenziato come un’alimentazione vegetale sia responsabile appena del 3% delle emissioni giornaliere legate alla produzione di cibo. A sorpresa, gli alimenti con il minore effetto sull’atmosfera sono i legumi, che causano appena lo 0,3% delle emissioni.

Combattere il cambiamento climatico con l’alimentazione

La ricerca ha dimostrato quanto l’alimentazione individuale sia un fattore importante nel cambiamento climatico. I 7 miliardi di individui che popolano il pianeta si stanno muovendo sempre più verso una dieta basata su prodotti di derivazione animale, ponendo una seria minaccia nei confronti dell’equilibrio degli ecosistemi. La riduzione del consumo di prodotti animali, tuttavia, garantirebbe una diminuzione dei livelli di gas serra nell’atmosfera.

9 falsi miti sui vegani da sfatare

I vegani sono degli hippy denutriti che fanno terrorismo psicologico a chiunque non condivida le loro idee. Ma è davvero così?

Quante volte durante i miei sette anni di vegetarianismo mi è capitato di pensare che i vegani fossero fautori di un estremismo ingiustificato! Non che li considerassi dei pazzi psicolabili, essendo io stessa contraria al consumo di carne e quindi simpatizzando per loro da questo punto di vista, ma il mio parere sul mondo vegan era pressoché affiliato a quello degli “onnivori”. La miriade di pagine Facebook sfottò, il cinema, la televisione, i giornalisti (pensate a quante volte nei telegiornali si sente parlare di genitori vegani che affamano i figli e li mandano in ospedale): tutti sembravano concordi nel definire il veganismo una setta religiosa da cui tenersi a distanza. Fino a pochi anni fa, forse addirittura pochi mesi, l’idea che un giorno avrei cambiato completamente opinione a riguardo non mi avrebbe mai attraversato la mente. Mi bastava il mio vegetarianismo, una perfetta via di mezzo tra i due estremi. Perché dunque il mio punto di vista è cambiato così drasticamente in così poco tempo? Semplice: mi sono informata, e ho scoperto che i vegani non sono così matti come vengono dipinti. Poiché sono diventata parte di questa “setta”, ho deciso di scrivere una lista di bufale sul veganismo, per fare un po’ di chiarezza sul mistero che circonda i vegani e il loro stile di vita apparentemente così “estremo”.

I vegani amano più gli animali delle persone.

Considerare gli animali degli esseri senzienti, meritevoli di rispetto e compassione esattamente come gli esseri umani, è davvero così fuori dal normale? Moltissime persone, vegani od onnivori che siano, convivono ogni giorno con animali domestici e li considerano parte della propria famiglia. La maggior parte degli esseri umani è in grado di instaurare una profonda connessione con gli animali, ed è questo il motivo principale per cui quando vengono mostrate immagini (anche di finzione, come nei film) di animali maltrattati, tanti provano una profonda repulsione. Se i mattatoi fossero a cielo aperto, pochi avrebbero il coraggio di acquistare carne.

I vegani si credono superiori agli altri.

La ragione per cui i vegani vengono definiti “predicatori”, saputelli o esibizionisti sta nel fatto che la causa di cui si sono fatti promotori è una questione di vita o di morte. Cambiare il proprio stile di vita e passare da una dieta onnivora a una dieta 100% vegetale può non soltanto risparmiare la vita a miliardi di animali ogni anno (sì, esatto: stiamo parlando di miliardi di animali uccisi ogni anno, quindi potete immaginare quante risorse vengono impiegate per crescerli e ingrassarli prima che finiscano al macello!), ma anche salvare foreste e oceani, porre fine alla fame nel mondo e persino migliorare la salute individuale. Il veganismo porta benefici su ogni fronte, ecco perché i vegani ci tengono così tanto a farvelo sapere!

I vegani sono estremisti.

Può capitare di trovare il vegano antipatico che giudica tutto e tutti (persino tra vegani possono nascere faide!), così come può succedere di trovare l’onnivoro arrogante che improvvisamente si trasforma in un esperto di nutrizione. Personalmente, non mi è mai capitato di imbattermi nel primo esemplare, mentre il secondo ha spesso incrociato il mio cammino di vegetariana. I vegani non sono tutti incattiviti e soprattutto non sono perfetti: l’obiettivo del veganismo è ridurre al minimo la sofferenza animale, senza la pretesa di eliminarla del tutto. Se ci pensate, una missione del genere sarebbe impossibile, perché il dolore è qualcosa che elude il controllo umano. Per quanto mi riguarda, attualmente possiedo ancora abiti e cosmetici non vegani, e mi è capitato più volte di mangiare derivati animali (e persino carne, mannaggia) a causa di sviste e mancanza di attenzione. Non per questo mi considero meno “vegana”. Abbracciare questo stile di vita non implica che da un giorno all’altro si debba gettare via tutto quello che già si possiede! Sarebbe uno spreco assurdo e insensato, e a mio parere sarebbe anche una mancanza di rispetto nei confronti degli animali che hanno sofferto. In aggiunta, il mio amore per gli animali e la mia avversione nei confronti della violenza non mi rendono una vittima sacrificale che si immola per nutrire tutte le zanzare del mondo in estate. Non mi vedrete mai con la lente di ingrandimento puntata verso il suolo per la paura di calpestare qualche formica innocente!

I vegani si privano della gioia del cibo e non possono mangiare niente.

Facciamo chiarezza una volta per tutte: vegetariani e vegani non è che “non possono” mangiare carne e derivati animali, semmai “non vogliono” mangiarli. I vegani non sono dei monaci che hanno scelto l’astensione dal piacere. Più semplicemente, provano repulsione per ciò che va contro i loro principi, senza considerare che a lungo andare animali e derivati animali smettono di essere alimenti ai loro occhi. La gioia del cibo è un concetto astratto e molto relativo, poiché ciò che viene considerato una bontà da qualcuno, agli occhi di qualcun altro potrebbe essere ripugnante (pensate ai cani consumati al festival di Yulin, o alle rane e agli insetti… a noi risulta difficile pensare che siano ritenuti delle prelibatezze, eppure è così!). La nostra società è talmente abituata alla carne e ai derivati animali che ormai fatica a concepire un pasto che non abbia questi componenti. Siamo giunti a livelli in cui cereali, verdure, funghi, frutta e legumi, anziché essere visti come elementi di punta di un piatto, si fanno solo una comparsata e vengono relegati al ruolo secondario di contorni. “Sei vegana? E che mangi? Non potevi aspettare ancora un po’ prima di diventare vegana, così potevi sperimentare con il cibo?” La verità è che ogni vegano può garantire di avere iniziato a sperimentare proprio dopo essere passato a una dieta vegetale. Carne e derivati animali sono comfort food, sono già pronti da impiattare. Al contrario, la varietà estrema e spiazzante del mondo vegetale costringe a pensare in modo attivo a cosa mangiare e a come abbinare al meglio i sapori e i nutrienti. Avete mai assaggiato il topinambur? Il tempeh? Il bulgur? In ultimo, da vegetariana sostenevo che non sarei mai riuscita a rinunciare al gelato, ma poi ho scoperto che i gelati a base d’acqua e di bevande vegetali come soia, mandorla, riso e nocciola sono anche più buoni!

I vegani sono deperiti e gracilini.

Una salute di ferro è garantita da una dieta sana ed equilibrata. Ecco perché, che si parli di vegani o di onnivori, quando non vengono assunti i nutrienti nelle giuste quantità il meccanismo si inceppa. I vegani possono essere deperiti perché non assumono calorie a sufficienza, ma possono essere persino in sovrappeso perché magari si abbuffano di schifezze e trascurano gli alimenti naturali e l’esercizio fisico. Dipende tutto da quello che si mangia e da come lo si mangia, e lo sanno benissimo gli innumerevoli atleti che hanno deciso di passare a una dieta 100% vegetale con risultati eccellenti. Per fare qualche nome famoso: le sorelle Venus e Serena Williams, Carl Lewis, la maratoneta Fiona Oakes, il body-builder Patrick Baboumian, i pugili Keith Holmes e David Haye.

I vegani devono stare attenti a come mangiano perché la dieta vegana è pericolosa e manca di nutrienti.

“Ma le proteine da dove le prendi? E il calcio? E il ferro?” Risposta: dall’insalata. I nutrienti che dovrebbero essere i componenti essenziali di ogni dieta sono proprio quelli vegani, provenienti da verdure, frutta, cereali e legumi. Viceversa, carne, uova, latte e derivati dovrebbero essere consumati con moderazione – se non evitati, come la carne rossa – e ciò è stato appurato da medici e specialisti di nutrizione. L’unica cosa a cui un vegano dovrebbe prestare attenzione è il raggiungimento del giusto numero di calorie giornaliere, dato che frutta e verdura sono alimenti che riempiono di nutrienti essenziali (e riempiono anche lo stomaco) ma hanno un minore apporto calorico rispetto a quello fornito da carne, formaggi e uova.

I vegani sono degli hippy fricchettoni.

Spesso alla dicitura “vegano” viene associata l’immagine woodstockiana di un tizio peace&love con i capelli lunghi, vestito da capo a piedi di abiti multicolore dai tessuti rigorosamente eco-bio, che si lava solo con acqua di fonte e dentifricio fatto in casa. I genitori vegani sono tutti anti-vaccinisti e convinti di poter curare qualsiasi malanno con l’omeopatia, perché la malattia è semplicemente un turbamento dello spirito causato da vibrazioni negative. Sia chiaro: esistono vegani che rientrano a pieno in questa descrizione, come esistono onnivori che non si lavano e condividono il proprio odore muschiato sui mezzi pubblici, o si rifiutano di portare i figli dal pediatra. Spesso i vegani sono anche persone spirituali, ed è vero che molti utilizzano cristalli, praticano la meditazione e lo yoga, ma altrettanti vegani sono persone come altre che non hanno davvero nulla di speciale (tipo me). Personalmente, tutti i fricchettoni che ho conosciuto nella mia vita sono degli inguaribili mangiatori di carne.

I vegani sono dei maniaci del salutismo.

Udite udite: esiste il vegan junk food, ed è la cosa più meravigliosa di questo mondo (p.s.: le patatine fritte sono vegane, e anche gli Oreo!).

Il veganismo è una moda da ricchi.

Purtroppo, essendo il veganismo uno stile di vita adottato dalla minoranza (per ora), i pochi locali vegani esistenti cavalcano l’onda dell’esclusività offrendo cibo a prezzi poco onesti. È vero, gli alimenti biologici costano di più, ma non è necessario essere benestanti per essere vegani, anzi! La dieta mediterranea delle origini era quasi completamente vegetale, proprio perché i prodotti di provenienza animale consumavano molte più risorse (e continuano a farlo tutt’ora).

Ora che conoscete anche voi la verità, potrete iniziare a rovinare le cene altrui ogniqualvolta partirà la battuta sui vegani: “Ma veramente i vegani non sono così, devi sapere che…”

Come gestire una relazione a distanza: 7 consigli pratici

Vi siete innamorati di qualcuno che vive a chilometri e chilometri di distanza da voi. E adesso?

È successo: vi siete innamorati di qualcuno che non avreste mai incontrato, se solo non vivessimo in un mondo globalizzato. Forse avete trovato la vostra anima gemella su un sito d’incontri, su un social network, o su un forum in cui condividete i vostri interessi con altri utenti della rete. Forse avete conosciuto il vostro lui o la vostra lei in vacanza, oppure in trasferta nell’altra estremità del Bel Paese. Magari, proprio come me, vi siete innamorati in Erasmus. Ora siete combattuti tra la volontà di continuare una relazione a distanza e la paura che non possa funzionare. Sappiate che, nonostante le difficoltà, una relazione a distanza non soltanto è fattibile, ma regala anche emozioni che in una relazione “normale” difficilmente si proverebbero. Ecco dunque i miei 7 consigli per affrontare una relazione a distanza, che vi aiuteranno a trarre il massimo da questa esperienza senza diventare pazzi!

Tenetevi impegnati

Quando la vostra persona preferita si trova a chilometri di distanza da voi, è difficile non provare un forte desiderio di mantenersi in contatto con lei tutto il tempo. Potrebbe sembrare kitsch, ma la verità è che quando siete innamorati di qualcuno quel qualcuno diventa parte della vostra quotidianità e dei vostri pensieri. Di conseguenza, per evitare di scadere davvero nel kitsch, la cosa migliore da fare è tenersi impegnati, per non pensare costantemente al vostro lui o alla vostra lei. Cosa starà facendo? Starà pensando a me? Gli manco? Queste domande sono inevitabili, ma si può certamente evitare di diventare ossessivi riempiendo la propria giornata. Se siete lavoratori, non avrete problemi a tenervi impegnati. Se invece siete studenti, sarà un po’ più difficile pensare ad altro per non provare nostalgia. Del resto, sappiamo benissimo che ogni scusa è buona per distrarsi dallo studio, incluso pensare al proprio partner a distanza!

Comunicate il più possibile

Poiché non è fattibile vedersi tanto quanto le coppie “normali”, in una relazione a distanza è necessario sopperire alla mancanza fisica tramite un aumento della comunicazione di coppia. Del resto, scambiarsi messaggi, telefonarsi e videochiamare è l’unico modo per mantenere viva una relazione che altrimenti non s’avrebbe da fare. Spesso mi sono ritrovata a romanticizzare le relazioni a distanza di una volta, quelle che sopravvivevano grazie alle lettere e alla speranza di rivedersi, un giorno (molto) lontano. In realtà, quel tipo di relazione al giorno d’oggi è inconcepibile e – a dirla tutta – non è nemmeno così romantica: che razza di inferno doveva essere dipendere dal sistema postale per ricevere notizie della persona amata?! Tornando a noi, il mio consiglio è rendere l’altra persona partecipe della vostra vita quotidiana. Per fortuna, abbiamo a disposizione un mezzo che in passato era inimmaginabile, ovvero l’Internet. Contattarsi più volte per parlare del più e del meno e raccontare la propria giornata è un must, senza aver paura di risultare monotoni o poco interessanti. In aggiunta, scrivere delle lettere cartacee può essere un’ottima idea. Vi assicuro che la sorpresa di ritrovarsi nella cassetta della posta una lettera che ha viaggiato per centinaia di chilometri e che è stata scritta a mano dal vostro lui o dalla vostra lei è una sensazione bellissima.

Create una routine

Un altro modo per rendere la distanza meno “distante” è creare una routine con il vostro partner. Trovate un orario della giornata che vada bene a entrambi da dedicare completamente all’altro, oppure un giorno fisso della settimana in cui fare un’attività condivisa. Nel mio caso, il lunedì era la giornata della videochiamata dopo cena, con tanto di serie televisiva guardata insieme in diretta (sto parlando di Game of Thrones, ovviamente). Sapere di avere un appuntamento fisso durante la settimana rende la distanza molto più sopportabile.

Lasciate all’altro i suoi spazi

Quanti brutti (e stupidi) litigi mi sono lasciata alle spalle durante il periodo “a distanza”! Litigare in una relazione è inevitabile, ma quando si è lontani una banale discussione può trasformarsi in una catastrofe. Quasi tutti i bisticci che ho avuto si basavano su semplici incomprensioni o su una forma di gelosia stile: “Ecco, non mi caga, è così impegnato da non avere neppure il tempo di rispondere a un mio messaggio?!”. La verità è che il partner può essere davvero impegnato nel corso della giornata (o persino della settimana), o semplicemente può non avere voglia di rispondere a un messaggio. Sì, esatto, può capitare di volersi staccare dal mondo, partner incluso, e a posteriori capisco benissimo questo desiderio di isolamento. Il vostro lui o la vostra lei non devono sentirsi costretti a parlarvi controvoglia! Lasciate all’altro i suoi spazi e non fate un dramma quando la comunicazione si fa meno regolare: può succedere, e non significa che sia tutto perduto!

Prenotate l’aereo, il treno o l’autobus in anticipo

Questo suggerimento è il più pratico e concreto di tutti. Prenotare in anticipo i mezzi di trasporto che vi condurranno dalla vostra dolce metà è una priorità assoluta: prima si prenota, più si risparmia e meglio ci si può organizzare. Nel caso in cui il vostro partner viva dall’altra parte dell’Italia – o, come nel mio caso, dall’altra parte dell’Europa – e l’aereo sia il mezzo di trasporto più fattibile, comprare i biglietti con largo anticipo è l’unico modo per non prosciugare i vostri risparmi e rendere la vostra visita mensile una visita annuale per mancanza di fondi.

Organizzate subito la visita successiva

Quando io e il mio ragazzo vivevamo separati per molti mesi, pianificavamo le nostre reciproche visite in anticipo e – quando possibile – ci alternavamo negli spostamenti. Una volta che la visita terminava e ci dovevamo separare, sapevamo già quando sarebbe stato il nostro prossimo incontro. Avere una data precisa in cui rivedersi fa molto in una relazione a distanza, perché permette di tollerare molto di più il tempo di attesa nel mezzo. Per rendere le cose ancora più entusiasmanti, organizzare dei piccoli viaggi da fare insieme durante il periodo di ricongiungimento è l’ideale.

Concordate dei progetti per il futuro

La relazione a distanza sopravvive grazie alla speranza che, un giorno, essa smetterà di essere una relazione a distanza. È vero, in base al livello di sopportazione e alla pazienza della coppia una relazione di questo tipo può sopravvivere per anni, persino per una vita intera. Nel mio caso, sono abbastanza convinta che la mia relazione a distanza non sarebbe durata se nel mezzo non ci fossero stati periodi di convivenza. A lungo andare, la distanza può davvero compromettere l’umore e la stabilità della coppia, perché una relazione va vissuta anche nel concreto e non può persistere senza la componente fisica. Ecco perché ritengo che sia importante avere dei progetti per un futuro insieme, sia che si tratti di trovare un luogo intermedio in cui vivere, sia che si tratti di alternare la convivenza prima nel proprio luogo di origine e poi nel luogo d’origine del partner.

Biscotti vegani semplici pronti in 15 minuti!

Questi biscotti sono davvero pronti in 15 minuti e necessitano solo di 7 ingredienti. Sono sani, buoni e facilissimi da preparare. Ve lo garantisce un’incapace come la sottoscritta!

La ricetta della settimana sono dei cookies di avena morbidi e nutrienti da preparare per la colazione. La ricetta base è di Sadia di PickUpLimes, ma io l’ho rivisitata con gli ingredienti che avevo in casa e che sono riuscita a trovare al supermercato. Questi biscotti sono una bomba per quelli che, come me, non hanno tempo materiale per mettersi a cucinare in settimana. E sono buonissimi!

Gli ingredienti sono:

140 g di avena
1/3 di tazza di burro di mandorle
1 cucchiaino di aroma di vaniglia
2 banane mature
2 cucchiai di scaglie di cioccolato fondente
2 cucchiai di uvetta
2 cucchiai di scaglie di cocco

La preparazione è semplicissima e richiede a malapena cinque minuti. Anzitutto, accendete il forno a 180°C. Poi, schiacciate le banane in una bacinella fino a ridurle in poltiglia. Aggiungete il burro di mandorle e l’aroma di vaniglia e mescolate il tutto per bene. Se la vostra avena ha l’aspetto di fiocchi di piccole dimensioni potete versarla direttamente nel composto e continuare a impastare, altrimenti potete metterla nel mixer, frullarla finché non diventa più polverosa e poi aggiungerla all’impasto. Una volta che l’intruglio avrà assunto la consistenza di una pasta frolla, aggiungete le scaglie di cocco, il cioccolato e l’uvetta. Mescolate ancora per bene. Stendete la carta da forno su una teglia e preparate la forma dei biscotti impastando il composto con le mani e formando delle palline schiacciate. Cuocete nel forno per una decina di minuti, finché i biscotti non avranno iniziato a dorare. Lasciate raffreddare e gustate con un tè caldo.

Voilà!

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Torta paesana vegana

Ecco la ricetta della torta paesana di mia madre rivisitata in chiave vegana!

L’autunno è arrivato gente, hallelujah. Sono diventata una di quelle persone super-noiose e super-malinconiche che odiano le temperature al di sopra dei 23 gradi Celsius, i luoghi affollati, la sensazione di appiccicaticcio sulla pelle, le grigliate di Ferragosto, il concetto di vacanza, il gelato che si scioglie sulle dita, insomma quelle che odiano l’estate e trascorrono il tempo all’ombra maledicendo tutti. L’idea dell’autunno che avanza mi fa proprio godere dentro, perché per me vuol dire una cosa sola: TORTA PAESANA A MANETTA. La sola esistenza di questo dolce mi fa gioire per tutto l’anno in trepidante attesa, quindi l’estate la lascio agli altri.

La torta paesana, o torta di latte, o torta di pane, o torta-più-buona-in-assoluto, è un dolce tipico della Brianza, ovvero l’area densamente abitata compresa all’incirca tra Monza, Lecco e Como. È una ricetta povera, fatta con ingredienti che si trovavano comunemente nelle case del ceto basso, e infatti nacque come soluzione per riciclare il pane raffermo. Per me, è sinonimo di tradizione in ogni senso: mi ricorda il mio paese, l’attaccamento che volente o nolente provo per questa zona, e soprattutto mi ricorda mia madre. Con lei ho preparato questa versione 100% vegetale, che si è rivelata a dir poco deliziosa. Quando sono diventata vegana, non appena ho realizzato che il mio dolce preferito conteneva quintalate di latte, ho lanciato un grido di dolore. Ma poi, mi sono ricordata che ormai ogni ricetta può essere veganizzata.

Ecco gli ingredienti della ricetta della torta paesana di mia madre rivisitata in chiave cruelty-free:

  • Pane secco
  • 1 litro di latte di soia
  • Cacao amaro
  • Cacao dolce
  • Cioccolato fondente
  • Biscotti frollini veg°
  • Uva sultanina
  • Pinoli
  • 1 uovo veg*

Vi starete chiedendo perché non abbia messo delle quantità precise, fatta eccezione per il latte e per l’uovo. Il bello di questo dolce sta proprio in questo: la ricetta precisa non esiste! O meglio, esiste, ma soltanto se si vuole essere pignoli. Il segreto della buona riuscita della torta è l’attenzione alla consistenza.

Per cominciare, si mette il latte di soia in una pentola a scaldare sul fuoco per qualche minuto. Dopodiché, quando il latte si sarà scaldato (non va portato a bollore!), si spegne il fuoco e si buttano pane e biscotti spezzettati in modo grossolano, amalgamando il tutto con un cucchiaio di legno. Vanno poi aggiunti cacao dolce e amaro e cioccolato fondente a scaglie. Il dosaggio di cacao e cioccolato fondente va a gusto personale, perciò è importante assaggiare, per nostra gioia. Il pane secco e i biscotti invece sono gli ingredienti che danno consistenza, quindi bisogna aggiungerne finché l’impasto non assumerà l’aspetto di una pappetta scura e collosa che oppone un po’ di resistenza nel mescolamento. In pratica deve avere un aspetto tutt’altro che invitante. Infine, si aggiungono uvetta e pinoli a piacere. Mia madre mi ha fatto poi concludere la preparazione con un uovo vegano, anche se a detta sua non ce n’era realmente bisogno.

L’impasto deve riposare nella pentola coperto per qualche ora. Io l’ho fatto riposare per cinque ore, dopodiché l’ho trasferito in una teglia circolare imburrata con burro di soia e spolverata di pane grattato. La teglia va infornata a 200°C per circa un’ora, o comunque finché l’impasto papposo non sarà diventato una torta vera e propria, solida e uniforme. Questo è il risultato:

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Direi niente male per essere un esperimento. Con una torta paesana vegana così, la fame può accompagnare solo (semicit).

Benvenuto, autunno!

 

° La ricetta originale di mia madre prevede gli Oro Saiwa e gli amaretti, che non ho utilizzato in quanto non erano vegani.
* L’uovo vegano si prepara con un cucchiaio di semi di lino macinati e tre cucchiai d’acqua.

Coppetta mestruale: ecco perché comprarla

Quando arriva quel periodo del mese… e quasi ti devi sforzare per ricordarti che è quel periodo del mese.

Parliamo di mestruazioni. Ed è subito tipa che vuole fare la ruota ed è convinta di essere una fontanella che schizza ovunque, ingegneri che si spremono le meningi per produrre l’assorbente dal tessuto tecnico che rivoluzionerà la vita di ogni donna, donne in carriera paranoiche all’idea di far intravedere qualcosa da sotto la gonna mentre sculettano sui tacchi dodici, ma soprattutto meme di Shining con il sangue che fuoriesce a cascata dall’ascensore.

Quanto è dura essere donna? Ma soprattutto, quanto è dura essere una donna di dodici anni che ama alla follia le docce eterne e ultrabollenti? Ricordo come se fosse ieri la mia seconda mestruazione, quando ancora non sapevo. Beata ignoranza. Non sapevo nulla, solo che una donna doveva sanguinare ogni mese da lì sotto. Non sapevo ad esempio che il flusso mestruale è fortemente influenzato dagli agenti esterni, come la temperatura. Doccia bollente, uguale vasi sanguigni dilatati, uguale più sangue, uguale assenza da scuola il giorno successivo. Non c’è bisogno che vi racconti del trauma subito in quell’occasione, del fatto che cominciai a guardare le mie mestruazioni con gli occhi di un’adulta e non più con gli occhi nuovi di una bambina curiosa.

Ai tempi non sapevo, e oggi so che il sapere è importante anche quando si è molto giovani, specialmente per quanto riguarda l’organo genitale femminile. Ritengo che non si parli abbastanza di mestruazioni e di quanto sia importante avere un rapporto confidenziale con il proprio ciclo mestruale. Ho usato la parola confidenziale per una ragione ben precisa: anzitutto perché fa rima con mestruale, ma soprattutto perché le donne hanno questa tendenza assurda a considerare il sangue mestruale e tutto ciò che concerne la propria vagina come qualcosa che non le riguarda affatto. I liquidi corporei che fuoriescono da lì sono disgustosi, quindi non mi appartengono. Li ha generati il mio stesso corpo, ma non sono davvero miei. Io non li voglio, ma me li devo sorbire ogni mese, perché così la natura mi ha fatta e mi devo mettere il cuore in pace. Che piaga essere donna.

In molte aree del pianeta, Bel Paese incluso, le mestruazioni vengono viste come un’impurità. Una donna con il ciclo non può essere toccata, perché il ciclo mestruale è segno evidente e tangibile del peccato. In Italia, sussiste ancora la credenza popolare che una donna mestruante sia talmente tossica da far morire le piante con il suo tocco e far impazzire la maionese. Insomma, non ci si può fidare di un essere che sanguina ogni mese e sopravvive ogni volta, no? Dev’esserci per forza qualche stregoneria dietro. Quando ero una ragazzina, ricordo che ogni mese mi impegnavo per cercare di nascondere questa malefatta, vergognandomi come una ladra ogni volta che un mio compagno di classe sventurato mi sorprendeva a estrarre un assorbente dallo zaino. Come se il mio essere una donna fertile fosse motivo di imbarazzo. Esiste un senso di malessere ingiustificato nei confronti di un evento che – a meno che non si stia cercando di concepire un bambino – dovrebbe costituire una scusa per fare festa grande. Un ciclo mestruale regolare, infatti, è segno di buona salute: uno dei primi sistemi a bloccarsi quando qualcosa non va è l’apparato riproduttore, poiché una gravidanza non può essere intrapresa in condizioni sfavorevoli.

Ho iniziato ad apprezzare il mio ciclo, e a trovarlo quasi divertente, dopo aver acquistato una coppetta mestruale. Entrando a contatto con la realtà dell’associazione No More Taboo, mi sono accorta che il mio pensiero ambientalista non poteva procedere di pari passo con il mio consumare assorbenti usa-e-getta. Uno dei due doveva sparire, e di certo non poteva essere la mia convinzione che sia necessario fare qualcosa di concreto per l’ambiente, prima che sia troppo tardi per tornare sui nostri passi. Così, ho fatto questo esperimento. E insieme a un pezzo di silicone medicale ho ritrovato la curiosità nei confronti del mio corpo.

Il mio oggetto preferito di questa settimana di ciclo mestruale è dunque la mia adorata Mooncup, acquistata a poco meno di 20 sterline, lo stesso prezzo che probabilmente pagherei per cinque confezioni di assorbenti usa-e-getta, con la sola differenza che questi ultimi finirebbero in una discarica a marcire per i prossimi 200 anni insieme agli altri 45 miliardi di assorbenti gettati via ogni anno, mentre la prima resterà al mio fianco a farmi compagnia per il prossimo decennio.

Progetto senza titolo (2)

Perché adoro la mia coppetta? Perché anzitutto mi ha aperto gli occhi sulla realtà effettiva del ciclo mestruale, mostrandomi che il sangue che perdo in realtà è veramente pochissimo e non è vero che ogni mese mi dissanguo. Non soltanto mi ha mostrato la concretezza della mia fertilità, ma mi ha anche costretta a stabilire un rapporto di confidenza con il mio stesso corpo. E meno male, perché senza di lei non avrei mai scoperto che in realtà sono molto più sicura di me stessa di quanto pensassi. Infine, la adoro perché grazie a lei riesco a vivere il mio ciclo, senza preoccuparmi del lato drammatico della cosa. Perché, di fatto, quando la uso mi dimentico letteralmente di avere le mestruazioni in corso e devo anzi costringermi a ricordarmene per non tenerla là dentro a tempo indeterminato.

Perché consiglio a tutte una coppetta mestruale? Oltre alle ragioni sentimentali che ho già enunciato, ci tengo a fare un elenco punto a punto con tutti i vantaggi concreti:

  • Non provoca secchezza vaginale come il tampone
  • È anallergica
  • È invisibile
  • Ha una capienza ideale anche per i flussi abbondanti
  • Si può svuotare ogni 8-10 ore
  • Non ingombra spazio
  • Non dà fastidio con cordini e sfregamenti vari, perché non si sente affatto
  • Fa risparmiare circa 60 euro annuali spesi in assorbenti
  • Non inquina come gli 11.000 prodotti igienico-sanitari che ogni donna consuma nel corso della propria vita

Sono sicura che un giorno il ciclo mestruale smetterà di essere visto come una piaga da sradicare, e tornerà a essere un fenomeno naturale di cui prenderci cura e di cui andare fiere.

Andate e diffondete il verbo!